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[Itinerari]

La rotta dei...Trabocchi

...mete e consigli per diportisti da San Vito a Rocca San Giovanni

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Il litorale abruzzese cambia volto, quando le spiagge basse e sabbiose e i palazzi in lontananza cedono il posto al mare punteggiato dai trabocchi. Accade in un tratto di costa che inizia dall’insenatura dei Ripari di Giobbe dove ci si può ancorare per un primo bagno in mezzo agli scogli affioranti. Si può partire da qui, con una barca a vela, un motoscafo o un gommone, per trascorrere una giornata sulla rotta dei trabocchi. Poche miglia e si entra nell’ampio porto di Ortona, che ha funzione commerciale e che, da pochi anni, ospita anche un molo turistico. Il porto è dominato dal promontorio con la città e il Castello aragonese, costruito da Alfonso d’Aragona nel Quattrocento per difendere il nuovo approdo, ricostruito dopo la distruzione avvenuta da parte dei veneziani. Poche miglia separano Ortona da San Vito Chietino, dove si incontrano i primi trabocchi. Non sono ancora quelli con la lunga passerella collegata alla terraferma, ma passeggiando sul pontile del lungomare Gualdo, dove si può attraccare con piccole derive, si possono vedere da vicino queste antiche macchine da pesca, che resistono all’erosione delle onde e alle mareggiate, grazie alla forza dei loro appoggi sottili. Non si conosce l’epoca precisa in cui nacquero i trabocchi, ma senza dubbio la loro presenza è legata all’esigenza di pescare senza scendere direttamente in mare. Completamente in legno, si presentano con una piattaforma poggiata su alti pali, dalla quale il pescatore cala in mare la rete e una lunga passerella, sempre su palafitte, che la collega alla terraferma. La forza di queste casette sospese tra mare e cielo con cui gli uomini sfidavano le onde per un po’ di pesce, stregò Gabriele D’Annunzio. In questo tratto di costa, la memoria letteraria si incrocia con quella del mare. Su una piccola insenatura, si erge l’Eremo dannunziano, una villa nascosta in alto tra pini e ginestre, dove il Vate trascorse un breve soggiorno nell’estate del 1889 e dove scrisse “Il Trionfo della morte”. In linea con l’eremo, appare il trabocco di Capo Turchino, uno dei più importanti dell’intero tratto di costa, ricordato nella tragedia di D’Annunzio come “la macchina che pareva vivere d’armonia propria, avere un’aria ed un’effige di corpo d’anima”. Scendendo a terra, si può salire al Promontorio dannunziano, il miglior luogo panoramico della zona, occupato solo da poche case e un ristorante. Tornati in barca e continuando a navigare verso sud, si arriva di fronte alla costa di Rocca San Giovanni che si affaccia sul mare con la frazione Vallevò. Č riconoscibile per le case che coronano in alto la costa e il minuscolo approdo delle barche dei pescatori, ricavato dalle scogliere in origine posate per proteggere la ferrovia, ora arretrata sul nuovo tracciato. Qui il trabocco di Punta Tufano fa vivere ai visitatori le magiche esperienze dei traboccanti e il Centro di documentazione ambientale dà informazioni sulle tradizioni, la cultura e l’ambiente della Costa dei Trabocchi. Rocca San Giovanni, può vantarsi della Bandiera Blu, di quattro Vele Blu e del titolo di Uno dei Borghi più Belli d’Italia che premiano le sue qualità turistico-ambientali. D’origine medievale, sulla sua piazza si affacciano la chiesa parrocchiale del XII secolo in stile romanico, la Torre campanaria e il palazzo municipale. Dopo pochissime miglia, si iniziano a scorgere i trabocchi di Punta Cavalluccio. E anche qui, se il tempo lo permette e la piccola baia è riparata dal maestrale, ci si può ancorare e scendere a terra per un bagno sulla spiaggia formata di ciottoli e avvicinarsi ai trabocchi Si può anche mangiare affacciati sul mare, proprio sul trabocco che ha il nome di Punta Cavalluccio. Questa costa, molto ricca di pesce, è infatti nota anche per le sue specialità enogastronomiche, tra cui il brodetto di pesce, ottima scusa per tornare a visitare questi luoghi. Riprendendo la navigazione, sullo sfondo della Maiella si scorge un magnifico balcone affacciato sul golfo con l’abbazia di San Giovanni in Venere che guarda dove sorge il sole. Fondata sulle rovine di un tempio dedicato a Venere, la chiesa venne riedificata, con il monastero, prima all’inizio dell’anno Mille a opera di Trasmondo I e, poi, nel 1165, venne ricostruita dall’abate Oderisio II, assumendo l’aspetto che conserva ancora adesso. Della chiesa, immersa negli ulivi, colpisce anzitutto il monumentale prospetto con il grande e ornato portale della Luna intorno a cui quattro lastre di marmo bianco, scolpite a rilievo, raccontano l’infanzia e la maturità di Giovanni Battista, santo al quale è dedicata la chiesa. In questo litorale sabbioso, dove i fondali bassi creano problemi a raggiungere la riva per le imbarcazioni di un certo pescaggio, si ha infine la sorpresa di imbattersi nel Marina del Sole di Fossacesia, dove termina la navigazione di una decina di miglia iniziata a Ortona. Ci si può fermare nella darsena, che è attrezzata con pontili, elettricità e dove si può fare rifornimento d’acqua, ma anche ormeggiare per fare una passeggiata nel centro di Fossacesia o addentrarsi nella riserva naturale della Lecceta di Torino di Sangro, che inizia subito al di là della litoranea.

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